Archivio per la categoria ‘Poesie e racconti’

Grigio

Pubblicato: 12 febbraio 2012 in Poesie e racconti, Uncategorized

Campi senza fiori
anelano ai colori,
e il grigio triste del cemento
chiede riscatto.
Il nero dell’asfalto
affoga nella sua cupezza…
e dimentica di essere colpevole,
di una natura ormai
morta
di una purezza violata.
Ed io cantore dell’eccesso
mi presto al dolore
dei biasimati:
il nero è il padre di tutti i colori,
il grigio è suo fratello.

5-2-2000

Bruciano gli angeli in cielo
ed io qui in terra ne godo!
Provo
a respirarne le ceneri grasse,
e soffoco…
tremo…
mi dissolvo in mille
particelle d’argento.
Soffoco
e ne godo estasiato e fragile.
Bruciano
gli angeli in cielo
e con essi anche
Dio
in un’unica fiamma,
rossa…
lingua di fuoco…
evanescente.
Bruciano
ed acre mi giunge
il fetore…
mi penetra il cervello
come una spada
incandescente.
Il sangue
s’insinua nelle orecchie
e ne ascolto
la sommessa musica.
Bruciano.

2-7-1996

“E’ pericoloso sporgersi
dal finestrino”
in un treno in corsa,
qualcuno potrebbe vederti,
fotografare
un tuo sorriso infelice,
notare una lacrima timida,
o un palo mozzarti la testa.

26-9-1999

Fiocca la neve
in questa sera
di visi compiaciuti,
di sorrisi tenui.
Fiocca la neve
e definisce
la concretezza di
sperati presagi.
Il freddo,
amico,
rende tutto reale
e mi adagio lieve
su ogni fiocco
gelato planando
in un dolce dondolio,
cadendo piano,
piano,
senza paura o
disagio.
Fiocca la neve
e sorride la luna,
lontano, fra le stelle,
una cometa,
un chiaro bagliore.
La notte col suo
nero scialle
da vecchia nonna
avvolge orgogliosa
un bruno paesaggio.
Un’ombra.
Un suono lontano,
lontano
solletica
con benevolo garbo
i miei velati sogni,
colorati di dolce
glicine.
Fiocca la neve,
ed ogni impalpabile
spazio delle emozioni
ammanta,
definendone tangibili sagome.
Niente vento
sta notte,
niente vento:
solo lento cullarsi di
anime,
piacere
appagante piacere.
Lucidi gli occhi,
semichiusi,
le pupille immobili,
i respiri fibrillanti.
Fiocca la neve,
e nulla in terra
è bianco, nulla;
i passeri torneranno
a cantare,
le foglie torneranno a
planare,
abbandonandosi in un dolce dondolio.
Fiocca la neve
fra la nebbia,
fiocca :
piano…
piano…
piano…

31-3-1997

Arzamount

Pubblicato: 13 gennaio 2010 in Poesie e racconti

Adesso li sento di nuovo chinarsi ansimanti sulla mia schiena, polpastrelli viscidi tastano meticolosamente la mia pelle, se mi concentro abbastanza riesco ad avvertire delle lievi sensazioni che mi ricordano il solletico. Solo adesso ricordo di essere anni luce distante dal mio laboratorio, solo adesso, se riesco a concentrarmi abbastanza. I miei esaminatori parlano fra di loro, io non capisco una sola parola… mi chiedo se sia l’effetto della sostanza che mi hanno fatto inalare forzatamente… ricordo che anche prima non capivo cosa dicessero. Ricordo. Mi hanno rapato i capelli a zero, mi hanno cosparso di un liquido gelatinoso e trasparente… sento freddo… almeno credo di sentirlo: la mia pelle assomiglia a quella di un tacchino spennato, forse sono un tacchino spennato.
Adesso la ragazza dagli occhi arancioni mi fissa con un sorriso sincero, allunga la sua sottile lingua attraverso i due denti e mi pettina le sopracciglia. Fuori dall’oblò le stelle ed i pianeti sono sempre i soliti, qua il tempo sembra non passare mai, ma io mi sento già vecchio. Arzamount mi diceva che non dovevo credere alle mie visioni, che sono immagini che crea la mia mente; vorrei che adesso Arzamount vedesse la mia pelle di tacchino, e la ragazza dagli occhi arancioni. Non mi sono mai inventato nulla… i marziani mi rapiscono tutte le sere, ed ogni nostra sera corrisponde a cento delle loro. La mattina mi sveglio stanchissimo, la mattina non ricordo più nulla; solo quando sono qui nella sala ispezioni di questa astronave ricordo tutto. Quando sono sulla terra avverto solo la spossatezza e l’impressione indefinita di aver fatto un brutto sogno. Quando sono qui so che non sto sognando e che l’effetto di indefinitezza è dato dall’etere. So che domattina mi alzerò dal letto sudatissimo, tremerò per il freddo, avrò urlato tutta la notte e Arzamount non sarà riuscito a chiuder occhio; mi rimprovererà per questo e dirà all’infermiere che deve aumentare la mia dose di tranquillanti, perché la sua è ormai alla soglia limite e che comunque non giova più a fargli prender sonno. Arzamount sta con gli occhi sbarrati tutta la notte; una notte che i marziani non mi rapirono restai tutto il tempo a guardarlo disteso sul suo letto; russava, ma gli occhi erano vigili e, se gli passavi una mano davanti al viso per verificare che dormisse, lui interrompeva la sua rauca sinfonia e di scatto ti afferrava il polso e cominciava ad urlare fortissimo. Io non lo sopporto Arzamount, vorrei che qualche sera i marziani portassero via lui… che studiassero il suo sonno. Una volta gliel’ho detto e lui si alzò dal letto e mi versò tutta l’urina del pappagallo sulle lenzuola, poi chiamò l’infermiere dagli occhi di brace e gli disse che mi ero pisciato addosso.
Io odio Arzamount.
A volte vorrei credere a quello che mi dice il medico, quello buono, che Arzamount non esiste e che nel letto accanto al mio non c’è mai stato nessuno.
Vorrei che il medico fosse di notte qui e che provasse a passare la mano davanti ai suoi occhi sbarrati per sentirsi afferrare il polso e per sentirsi lacerare il cuore dalle sue urla.

V. B.